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L’ultima punitrice di Maria Tronca

A pochi giorni dall’uscita, oggi per voi la recensione de L’ultima punitrice di Maria Tronca per Les Flâneurs Edizioni, che ringrazio per la possibilità di leggere in anteprima il libro. Mi sarà piaciuto? Scopritelo nell’articolo!

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Le estati di Ninfa sono il villino dei nonni a Mondello, la casa principesca di Barbara, gli occhi di velluto di Nino, l’eleganza di Marlene al manicomio, e poi gli amici in motorino, i fuochi sulla spiaggia, l’amore intramontabile per Nino e la lite con Barbara, il suo sguardo di marmo. L’estate diventa il periodo dell’apprendistato da Punitrice, un destino che scorre nel sangue di Ninfa e di nonna Dorina sin dai tempi della Vecchia e della minaccia che rappresenta. Ninfa impara il potere delle erbe e la capacità di ascoltare, ma raccoglie l’eredità di famiglia a modo proprio, con nuove regole e con la complicità di Antonella, decidendo che le sue punizioni potrebbero anche essere terribili. Un giorno potrebbe averne bisogno. Con L’ultima punitrice, Maria Tronca conferma le sue qualità di tessitrice di trame e destini e di narratrice in grado di ricostruire attorno al lettore una Sicilia meravigliosa.

Ambientata nelle calde estati di Mondello, la storia di Ninfa, che da bambina vive le sue prime esperienze di amicizia e amore, crea legami indissolubile, sperimenta le prime delusioni. Vive situazioni contrastanti, che nell’ingenuità della sua età non riesce a comprendere ma che allo stesso tempo cerca di elaborare e spiegarsi.
Anno dopo anno, Ninfa cresce e apprende. Impara il potere delle erbe, diventa consapevole di un potere dentro di sé che le permette di fare cose “strane” e si affida alla guida della saggia nonna, per portare avanti la pesante eredità della sua famiglia, che si tramanda da nonna a nipote.

«Ma allora sei veramente tosta? T’ho detto che non ne voglio manco sentire parlare di cattassi, maledizioni, malocchi e qualsiasi altra diavoleria del genere. Noi non le facciamo queste cose, non siamo streghe, siamo… siamo… punitrici, ecco! Che è una cosa completamente diversa e di sicuro non ha niente a che fare ‘sti specie di stregonerie che vuoi fare tu. Mi sono spiegata Ninfa?»

L’ultima punitrice racconta di credenze antiche e popolari, radicate nella società, che per secoli sono stati il fulcro di un modo di vivere e di pensare, condizionando la vita di molte persone.
Questo libro non vuole assolutamente affrontare l’argomento se la “magia” sia lecita o meno, piuttosto far comprendere al lettore che certe credenze ci sono e ci saranno sempre; che qualcuno ci crederà sempre e si affiderà a tali usanze per risolvere i propri problemi.
L’autrice invece pone l’attenzione su altri aspetti, da analizzare più a largo spettro: la capacità di ascoltare, osservare e comprendere e aiutare gli altri.

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La nonna di Ninfa, ascolta le persone che si recano da lei in cerca di aiuto. Ascolta i loro sfoghi, dà conforto, e propone un rimedio naturale per degli acciacchi come il mal di testa, la tosse, un mal di pancia, non dimenticandosi mai di suggerire di pregare e affidarsi a un entità superiore, imparziale, affinché interceda in soccorso. Non vuole essere considerata come un’alternativa alla giustizia divina o umana, ma semplicemente una confidente che può dare una mano, solo in casi che lo permettono e senza mai agire per vendetta.
Quindi ascoltare, comprendere la situazione, fare delle ricerche, ricercare la verità e se è possibile punire il colpevole non per il reato per cui è stato accusato da una confidenza, ma per un reato di cui si è macchiato, senza mai sostituirsi alla giustizia, ma fornendo utili indizi al suo operato.
E queso modo di agire cerca di insegnare alla nipote che un giorno prenderà il suo posto.

Ninfa ha un carattere un po’ ribelle e tanta voglia di agire, di vendicare i torti subiti immediatamente, di rendere giustizia a chi non ha voce per farlo, senza pensare alle conseguenze.
E l’autrice riesce a rendere molto bene questi due poli opposti della medaglia, che si scontrano, si affrontano, che non riescono a coesistere, non perché non siano validi ma perché rappresentano due mondi che si contrappongono: nonna e nipote, tradizione e innovazione, vecchio e nuovo. Una continua dualità, dove una forza deve escludere l’altra ritenuta obsoleta.
Ninfa, per quanto riesca ad apprendere dagli insegnamenti della nonna, è pur sempre una giovane che vuole fare a modo suo, che vuole fare la differenza, che vuole ribaltare il sistema.
E potrebbe riuscirci se non peccasse di superbia.

Interessante la scelta linguistica usata dall’autrice.
Infatti, Maria Tronca ha usato un linguaggio che io potrei definire un italiano sicilianizzato, e da siciliana credo che sia la scelta più azzeccata per raccontare questa storia.
Se avesse usato il dialetto, nella narrazione ci sarebbero stati tanti termini se non intere frasi scritte in dialetto con altrettante note di traduzione in italiano, che avrebbero fatto perdere interesse al lettore e in qualche modo allontanato dalla comprensione delle sfumature del testo. Invece l’autrice ha “tradotto” il modo di parlare, l’uso dei tempi e della pronuncia delle parole dal siciliano all’italiano, non effettuando una vera e propria traduzione ma un adattamento, che è italiano ma che porta con sé il calore, l’enfasi, le sfumature di significato tipiche del linguaggio dialettale, ma cosa assai più importante senza stonature e comprensibile a qualsiasi lettore.
Ottima scelta!
Inoltre il continuo soffermarsi, ripetere, estremizzare alcuni aspetti del carattere di Ninfa, sebbene all’invio possono sembrare pesanti e ripetitivi, solo alla fine del romanzo si dimostrano essenziali per la conclusione della storia e per il messaggio che vuole lasciare l’autrice.
Sicuramente una storia interessante, impegnativa e con un profondo insegnamento.
Una lettura super consigliata.

Alla prossima review!

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