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Lo stile: il linguaggio portato al limite – Intervista a Andrea Campucci

Carissimi lettori, oggi iniziamo la giornata con un’intervista a tappe. Ogni blog partecipante infatti farà una domanda ad Andrea Campucci autore di Movida e lui ci risponderà. Siete pronti a scoprire cosa gli ha chiesto il blog?

Biografia Autore.

Andrea Campucci è nato a Incisa in Val d’Arno (Firenze) nel 1983. è laureato in filosofia e attualmente collabora con alcuni editori fiorentini. Con Leone Editore ha pubblicato i suoi successi Plastic shop (2016) e Porn food (2017). Il 4 luglio è finalmente uscito il suo nuovo romanzo Movida, edito da BookRoad.

La mia domanda all’autore è la seguente:
Con quale stile è scritto Movidae perché questa scelta?

Per rendere l’idea di un qualcosa di estremamente movimentato ho dovuto usare un linguaggio talvolta volutamente anti narrativo.
Apparirà chiaro che calarsi nei panni di un personaggio strafatto di alcool e Cipralex – esperienza dalla quale l’autore prende le distanze nel modo più netto – è un esercizio che può portare a sballare completamente le categorie spazio temporali.
Quindi fluttuazioni, ellissi, reticenze. Il testo è volutamente incidentato da buchi, guasti, interruzioni, analessi e prolessi, amnesie. Solo così si poteva rendere l’idea di quello che succede realmente quando si parla di “sballo”. Ma c’è anche un ulteriore aspetto mimetico, ed è quello relativo alla stratificazione di diversi linguaggi.
Diversi linguaggi a seconda dei locali, delle zone, delle mode – che siano rock, progressive, che appartengano ai cosiddetti “Bobò”, ai radical chic, ai borghesi o ai sottoproletari, e potrei continuare all’infinito! Ho tentato di sovrapporli, incastrarli, in una specie di crossover le cui intenzioni erano perlopiù ironiche. In certi locali può succedere a chiunque di incontrare quello/a che ti parla di quanto sia bello leggere l’Ulissein Versilia, o chi ti rinfaccia l’ultima provocazione di Bansky, o chi ce l’ha su semplicemente con un pezzo di Bob Sinclair.
Ecco, mettere insieme tutte queste voci, impastarle, con quello che si portano dietro, mi sembrava un tentativo interessante. Siamo sul postmoderno? Forse, ma giuro che non l’ho fatto apposta.  

Ringraziamo l’autore per la sua disponibilità e di seguito vi lascio anche un estratto del libro:

“Per cui raccogliamo in un sacco nero tutti i resti di EsterDaisy comprese unghie, capelli, qualche ossicino dalla forma lamellata, borsette caviglie ginocchia e un orecchio attaccato a un cerchietto di rame insanguinatissimo. Poi sfasciamo i loro cellulari, bruciamo le Sim e quel che rimane via nel sacco! Ci spostiamo dalla piazzola su due macchine, salutiamo Ortaglia e io continuo a bere. Ormai non riesco più a distinguere i miei amici per cui non saprei dire chi sta guidando la Lancia Ypsilon e chi la Volvo. Fatto sta che è quasi l’alba e siamo sulle rive del lago di Poggio Capanne.
Qui accade che una persona che dovrebbe essere Rombo + Buccia spinge la Ypsilon fin dentro lo specchio d’acqua baciato dai raggi dell’Aurora dalle dita rosate ροδοδάκτυλος Ηώς e in una manciata di secondi è tutto bello che finito. Quella puttanella di una macchina affonda dritta come un sasso e noi siamo al settimo cielo. A questo punto non resta che tornarcene a casa e aspettare che qualche Dux in divisa venga a suonarci il campanello per portarci dritti a Sollicciano bay. Così saltiamo tutti sulla Volvo del Buccia, aizziamo di nuovo il buon vecchio Rod Honey tell me so Stewart e cantando come matti imbocchiamo la via di casa.”

Non dimenticate di seguire l’intera intervista con le domande degli altri blog partecipanti.

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