Il blog ha il piacere di presentarvi la nuova uscita Le peggiori paure di Fay Weldon con una recensione in anteprima, grazie alla disponibilità della casa editrice Fazi Editore. Se volete saperne di più, continuate la lettura!

Copia digitale fornita dalla CE ai fini promozionali
  • Titolo: Le peggiori paure
  • Autrice: Fay Weldon
  • Editore: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: Narrativa Contemporanea
  • Data di Pubblicazione: 30 Gennaio 2020
  • Pagine: 270
  • Prezzo:
    • e – Book 9,99€
    • Cartaceo 16,00€
  • Disponibilità: Fazi Editore / iTunes & Amazon

Alexandra Ludd, attrice e donna affermata, è appena rimasta vedova.
Il marito Ned, un critico teatrale molto in vista, è morto inaspettatamente a causa di un infarto nella loro bella casa di campagna, mentre lei si trovava a Londra.
Fino a quel momento il rapporto tra i due sembrava felice e privo di ombre, e ora Alexandra è sconvolta, ma una serie di strani dettagli la obbliga a porsi delle domande: accenni di indizi e mezze parole nel giro di pochi giorni si concretizzano in una verità che sovverte ogni sua convinzione in quanto donna, madre e artista. Una rivelazione dopo l’altra, la protagonista giunge alla definitiva presa di coscienza: le sue amicizie erano false, tutte le sue peggiori paure avevano un fondamento, Ned aveva una vita parallela di cui lei era totalmente all’oscuro.
Un libro estremo, esagerato, sostenuto da una scrittura che si muove con sicurezza sul sottile discrimine fra tragedia e ironia e che, attimo per attimo, sembra seguire, più che costruire, il passaggio della protagonista dall’umiliazione alla vendetta.
Le peggiori paure spiazza e coinvolge il lettore, tenendolo avvinto fino all’ultima pagina in un crescendo di colpi di scena in cui la complicità e le competizioni femminili sono messe a nudo in un continuo confronto di incomunicabilità con il fragile, ambiguo universo maschile.
Il miglior romanzo di Fay Weldon, l’autrice inglese più anticonformista, irriverente, corrosiva di sempre, Le peggiori paure è una feroce riflessione sulla natura del matrimonio.

La morte e il lutto, due momenti inseparabili, due eventi ineluttabili nella vita degli essere umani. Eppure tutti prima o poi siamo chiamati a confrontarci con questi eventi, che sia da spettatori o da protagonista, il risultato non cambia: il confronto tra certezze e verità.
Ciascuno di noi è sicuro di conoscere i propri cari, genitori, figli, fratelli e sorelle, e soprattutto il partner con cui ha condiviso buona parte della propria vita, costruendo una casa e una famiglia.
Cosa accade però se viene a mancare? L’accettazione della morte e lo stato di vedovanza, influiscono in maniera caleidoscopica sull’individuo, rendendo quasi evanescente la lucidità, confondendo i silenziosi desideri con i ricordi reali, le aspettative con le delusioni, i dubbi con le certezze.

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Alexandra viene catapultata in questa fossa da combattimento, dove la sua armatura di certezze e sincerità cade, sfaldandosi al marcio delle malelingue e alle infime falsità delle persone che credeva amiche.
Si ritrova ad osservare con occhi nuovi e gonfi di pianto, la figura del marito defunto, scoprendone un’indole ben celata, oscura e perversa, che mette in dubbio anche le sue capacità di giudizio.
Con una scrittura diretta, precisa e pungente che sembra spingere la protagonista all’estremo delle sue facoltà cognitive, che sembra volerla spingere a cadere nell’oscurità per adeguarla alla bassezza degli altri personaggi a lei ostili, l’autrice riesce invece a farla rinascere dalle macerie come la fenice, a liberarla dal giogo del dolore del suo stato di vedovanza, a risalire la china con determinazione e consapevolezza di chi è forte della propria verità e dignità, e della sua luce interiore.
Come una leonessa, Alexandra difende sé stessa, la sua reputazione e la sua prole ad ogni costo, anche rinunciando al suo ruolo di vedova e liberandosi di sentimenti scomodi e falsati e lasciandosi alle spalle le sue peggiori paure, voltando pagina verso una nuova e vendicandosi così di chi l’ha volutamente sfruttata.
Un grande insegnamento che l’autrice vuole fornirci: chi semina vento raccoglie tempesta.

Alexandra continuava a entrare e uscire da questo stato di sospensione. Secondo lei, era per via dello shock.

Alexandra sedeva sul bracciolo del divano, di nuovo con lo sguardo perso nel vuoto. Pensava che questo stato di sospensione, ormai familiare, le facesse da tampone d’assorbimento per le emozioni: era un sonno fluttuante, a occhi aperti. Per niente piacevole ma, almeno finché si trovava in quella condizione, i brutti pensieri continuavano a girare in tondo e a lungo andare ci si rendeva immuni da essi.

Una storia particolare, estrema, a tratti ironica altri patetica, che riesce a enfatizzare e denunciare in maniera semplice sfumature e ambiguità del carattere umano.
Una storia che riesce a raccontare i momenti della perdita, della delusione, della presa di coscienza, dell’accettazione e della rivalsa da parte della protagonista in linea con il suo carattere, senza strafalcioni e con coerenza, che denotano una grande capacità di osservazione e interpretazione.

Fay Weldon nasce nel 1931 nel Worcester, Inghilterra, quando il suo nome allora è ancora Franklin Birkinshaw. Suo padre è un dottore e sua madre una scrittrice di fiction commerciale sotto lo pseudonimo di “Pearl Bellairs”. I suoi genitori divorziano quando lei ha cinque anni e si trasferisce in Nuova Zelanda con la nonna, la madre e la sorella. Il risultato di questa educazione tutta al femminile è il convincimento «il mondo è stato popolato grazie alle donne». Ritornata in Inghilterra con la madre, studia all’Università di St. Andrews in Scozia dove si laurea in Economia e Psicologia. Quando ha vent’anni sposa un quarantenne, dal quale avrà il suo primo figlio. Il matrimonio dura poco, nel 1962 sposa Roy Weldon e mette al mondo altri tre figli. Entra in una crisi di mezza età: «Ero triste, inadeguata, depressa e ignorante, e lo sapevo». La psicoanalisi le dà però stima in sé e trova il coraggio per iniziare a scrivere. Il suo primo romanzo The Fat Woman Joke è pubblicato nel 1967. Da allora Fay Weldon continua a proporre i suoi sarcastici espedienti narrativi sulla subalternità delle donne e sulle angherie di una società maschilista, mettendo a nudo le debolezze dell’uno e dell’altro sesso alle prese con il grigiore dell’esistenza borghese. Le donne di Weldon sono spesso figure opache, pronte a farsi ingannare, la cui cecità, le cui debolezze interiori fanno parte della rappresentazione di un’esistenza impastata di stereotipi e di ipocrisie. Del resto, Weldon ha lavorato per la televisione e, prima di affermarsi come romanziera, per la pubblicità. Il suo punto di partenza è dunque la critica di un linguaggio edulcorato e fraudolento, di cui le donne sono vittime (ma anche attive promotrici), e che si diffonde nelle soap opera televisive, nelle collane “rosa”, nei tabloid della stampa popolare, dove si possono conciliare un femminismo di pura facciata e il porno soft delle fanciulle nude in terza pagina. La strada della consapevolezza e dunque della vendetta, non è mai preclusa alle sue eroine.

Alla prossima!

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