La marchesa milanesa di Massimo Trifirò

Carissimi amici e lettori, come procedono queste roventi giornate estive? Come promesso non mi sono dimenticata di voi e continuo a leggere non sotto l’ombrellone ma accanto al climatizzatore 😂 e oggi ho per voi una nuova recensione: La marchesa milanesa di Massimo Trifirò per Nepturanus Editore. Voi l’avete letto? Cosa ne pensate?

Siamo nel ‘600, epoca di bravi, cioè di cattivi dai brutti ceffi, di signorotti prepotenti come don Rodrigo.
Due personaggi particolari, una madre dall’aspetto di balena spiaggiata, prepotente come un tiranno, e una figlia zitella dal corpicino piallato come una tavola che si esprime solo a nitriti come una cavallina storna, arrivano a Lecco da Milano, la capitale del dominio spagnolo.
Da uno zio crapulone e puttaniere, schiattato di colpo, non hanno ricevuto l’eredità che si auguravano, sperperata in divertenti ma poco salutari bagordi. Per trovare un marito alla figlia inguardabile pensano di andarsene in provincia e fingere lo stesso di essere ricche, e magari pure marchese, per accalappiare un gonzo che ci caschi come un allocco e impalmi la cavalla per interesse.
La programmata mattanza di un povero maschietto infelice destinato a fare da carne da macello matrimoniale.
Ma il racconto è intrecciato anche con cento altre storie, figure ridicole, situazioni paradossali, vicende comiche e ambientazioni in quell’oscuro Seicento da fare accapponare la pelle.
E molto altro ancora, il lettore ci può contare. Garantito che non stancherà, dalla prima all’ultima pagina.

Siamo nel ‘600, epoca di bravi, signorotti prepotenti, popolazione ignorante in cerca di riscatto sociale e non c’è don Rodrigo e non siamo all’interno de I Promessi Sposi, stiamo raccontato la storia di una giovane marchesa milanesa in cerca di marito.

Per le giovani donne in età da marito e di bassa estrazione sociale, trovare un marito ricco e possibilmente fare quel salto di qualità per cambiare ceto sociale, è sempre sembrata un’utopia ma un’aspirazione comune nella popolazione femminile, come di contro da parte del mondo maschile scappare il più lontano possibile dal laccio incatenante ed eterno del matrimonio.

Ma è solo una ridicola storia per raccontare la tragica storia di una giovinetta in cerca di marito?

Ispiratosi al grande Manzoni, l’autore sembra voler usare la stessa strategia del padre del romanzo italiano, per raccontare e denunciare qualcosa di più vicino a lui, per parlare di tematiche passate e quasi barbare che invece si dimostrano essere più attuali che mai.

Insomma non importa in quale secolo siamo, alcune cose non cambiano. Avranno cambiato nomi, dal dialetto ora hanno suoni di lingua straniera ma la sostanza non cambia.

Cosa sono? vi chiederete giustamente, ma non posso rivelarlo, altrimenti vi perderete il bello della lettura e della scoperta, tra i vari dialoghi in dialetto milanese e l’avvicendarsi di tante storie che per quanto possano sembrare scollegate tra loro e irrilevanti, assumono un profondo significato nel contesto generale della storia, svelando quell’aria di ipocrisia generale che è nascosta dietro falsi sorrisi e ignoranza.

Molto presenti e frequenti i riferimenti a Manzoni e ai Promessi Sposi, che se non conoscete vi consiglio di leggere prima di questo romanzo, perché solo in questo modo riuscirete a coglierne le similitudini e il messaggio intrinseco della storia che l’autore vuole lasciare al lettore.

Una lettura non facile, a volte lenta e ripetitiva, dove non mancano i momenti comici ed esilaranti, il tutto ben dosato durante tutta la narrazione. Sicuramente una lettura diversa dal solito che si è rivelata una bella sfida.

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Alla prossima review!

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