I giorni dell’amore offeso di Francesca Matranga

Buon sabato cari lettori! Cosa fate in questo lungo week end festivo? Diamo un’occhiata ad alcuni libri che potrebbero interessarvi? Buona lettura!

Materiale fornito dall’Autrice ai fini promozionali
  • Titolo: I giorni dell’amore offeso
  • Autrice: Francesca Matranga
  • Editore: Self Publishing
  • Genere: Romance
  • Data di Pubblicazione: 24 Ottobre 2018
  • Pagine: 280
  • Prezzo:
    • e – Book 2,99€
    • Kindle Unlimited GratisCartaceo 13,00€
  • Disponibilità: Amazon

Viviana è una giovane donna. Una come tante altre a Palermo. Il suo nome viene, prima dalla madre e poi da tutti gli altri, vezzeggiato in Vivi.
Vivi è più di un nome, è un monito costante a ‘vivere appieno sempre’!
Lei conosce il mare, il sole e i colori della sua città ma sa anche che viverci alla fine degli anni novanta è una vera impresa. La prima lotta che impara una giovane diciottenne, è quella contro la paura. Una paura che si trasmette di generazione in generazione.

Lo scopo della famiglia a Palermo è proteggere i propri figli ad ogni costo. Per questo i genitori li avvolgono in una rete, trasparente e robustissima: da lì i figli possono vedere il mondo, senza riuscire ad avvicinarlo. Così sembra essere anche per Viviana che invece, sfidando le convenzioni, lotta contro questo status sociale e familiare e cerca in tutti i modi la sua strada.

Di un’amabilità disarmante grazie anche alla sua spontaneità, colpisce dritto il cuore della gente. Studia architettura, è una fotografa appassionata e adora il buon cibo. Viviana sente forte l’appartenenza alla famiglia e infatti custodisce, in cuor suo, le storie e i racconti di chi non c’è più. Perché lei, nella sua giovane vita, ha già conosciuto la morte. Per questo non ha paura! Sa con certezza che vuole vivere, non sopravvivere. Si sente artefice del suo destino. Ma presto scoprirà che non tutto dipende da lei. Soprattutto quando il fato le mette sulla strada il giovane e avvenente Carlo. Lui è totalmente diverso da lei: appartenente ad una famiglia della Palermo alto borghese, ricca, potente, ambiziosa. Carlo è un giovane rampollo che sa che può avere tutte le donne ai suoi piedi e per il quale la parola responsabilità non ha significato. E a causa di questa sua superficialità si troverà coinvolto in un losco affare di riciclaggio di denaro sporco per conto di una loggia massonica coperta, asservita alla criminalità mafiosa. Queste sue scelte avventate porteranno Viviana a subire ancora umiliazioni, ben oltre il tradimento.

Ma Viviana non è sola. Dentro di sé cova un pensiero che l’assilla. Lei lo chiama il pensiero malvagio. Lui l’accompagnerà con i suoi dubbi per tutto il viaggio della sua esistenza. I ‘se’ e i ‘se fosse’ la tormentano inesorabilmente: “E se questa scelta fosse sbagliata? Se Carlo fosse l’inferno? O magari il contrario, se invece fosse ‘il vero amore’? Ma perché accettare gli eventi senza opporsi? E se la rassegnazione rappresentasse l’unica possibilità per andare avanti? Che importa di quello che pensano i parenti, i vicini, il portiere e il postino? E se invece la gente dicesse la verità? Chi è il vero autore della propria vita?”
Forse Viviana scoprirà che a Palermo c’è speranza per chi non vuole adeguarsi alle regole imposte da altri, e magari, un giorno, vedrà l’apparenza fare i conti con la verità!
Forse la vita concederà a Viviana la possibilità di andare oltre, di riemergere dal mare tempestoso della vita e di perdonarsi.
Alla fine riuscirà Viviana a scoprire se, oltre i giorni dell’amore offeso, tutto è veramente perduto?

LA PRIMA VOLTA
Lo stesso giorno
Viviana non aveva mai frequentato uomini di questo tipo, che in un’altra circostanza avrebbe definito appartenenti alla categoria del ‘bel tenebroso’. Questo le procurava un certo imbarazzo; lei era quella che solitamente parlava per non sentire i silenzi durante le conversazioni e si sforzava sempre di trovare argomenti per mettere gli altri, e di conseguenza se stessa, a proprio agio.

Dopo il mutismo che cominciò davanti al quadro della Vucciria e si prolungò fino all’uscita da Palazzo Steri, Carlo, alla fine, disse qualcosa.
<<Questa volta ti faccio io una sorpresa! Ti porto a mangiare in un posto meraviglioso>> e così dicendo lasciò di stucco Viviana. Forse allora, c’era ancora qualche speranza di cavare qualcosa da quell’incontro.
Aveva deciso di portarla nel più famoso dei ristorantini sul golfo di Mondello, borgo di pescatori nei pressi della città, famosa per la lunga spiaggia sabbiosa che cominciava a riempirsi di bagnanti allo spuntare dei primi tiepidi raggi di sole primaverili.

Presero l’auto sportiva di Carlo e lasciarono la città imboccando il Parco della Favorita che li avrebbe condotti verso il lungomare.
Già arrivati a metà dell’alberato Viale Margherita si intravedeva il mare: era molto mosso, con grandi onde, colorate di schiuma bianca. Questa agitazione era simile a quella che Viviana avvertiva da quando si era seduta su quella macchina così eccessiva. Pensò che forse il suo disagio era come quello che aveva provato Carlo tra i vicoli luridi e disordinati della Vucciria.
Proprio in quel frangente, si era fatto vivo il pensiero malvagio che le disse:
“Viviana …svegliati! Renditi conto che questo non è uomo per te! Guarda che auto che ha! Non lo vedi che è completamente diverso da te? Ma che pensi? Di risultare interessante agli occhi di uno così?”

Quella volta era stato proprio il desiderio di contrapporsi a quel pensiero e vincerlo, che la portò a cambiare atteggiamento, a sovvertire il suo modo di essere, forse un po’ troppo sempliciotto e banale. Si impose di godere, da quel preciso momento in poi, tutto quello che Carlo e la giornata avrebbero avuto da offrirle.
E quindi cominciò a respirare il profumo del mare d’autunno. Il ristorante scelto da Carlo era il famoso Charleston, talmente rinomato che dava il nome allo stabilimento balneare che lo ospitava e nel quale i ricchi signori palermitani solevano trascorrere le loro giornate di ozio sin dai primi anni del novecento.
Il pranzo, raffinato ma anche abbondante, fu accompagnato da svariati vini, ognuno di essi abbinati alla pietanza scelta, dessert incluso, e fu così che, non si sa né come né perché, Viviana si ritrovò davanti all’ingresso dell’appartamento di Carlo.

Lui abitava in una piccola villetta Liberty nei pressi del borgo marinaro, proprio sul viale principale, ma perfettamente nascosta alla vista dei curiosi grazie alle resistenti palme che delimitavano la cancellata di ferro battuto.
“Una casa d’altri tempi” pensò Viviana guardando da lontano il tetto rosso a quattro spioventi svettare oltre le piante. La facciata manteneva intatto lo stile liberty di una volta anche se ‘in formato ridotto’, viste le sue dimensioni: presentava delle modanature con piccoli decori floreali intorno alle finestre che si aprivano sui fronti laterali. Vi si accedeva da un piccolo portoncino ricavato all’interno di un ampio portone in legno, certamente carrabile. Forse era stato creato, con l’intenzione di ricoverare barche e altre attrezzature per il mare, da qualche ricco signore, con bastone e bombetta, dell’epoca dei Florio.
La vista di questo piccolo gioiello architettonico, insieme al vino che aveva in corpo, le dava un senso di abbandono al destino. Pensava che il tempo scorresse inesorabile, lasciando in eredità a quelli che sarebbero giunti, il godimento di certe meraviglie.
Entrarono nella villetta che dall’esterno sembrava molto più grande di quella che era in realtà; l’arredamento era assolutamente moderno, un po’ dissonante con l’atmosfera che si respirava guardando l’edificio.
Dappertutto colori chiari, materiali grezzi e opachi, linee così squadrate da sembrare quasi esasperate, che rendevano la casa troppo fredda per i gusti di Vivi, quasi asettica. Aprendo il portoncino si accedeva immediatamente ad un vano unico in cui, da una parte, era sistemata la cucina, tutta bianca, perfettamente pulita e ordinata e, dalla parte opposta, un grande divano in tessuto verde militare.

Regina indiscussa del mobilio era la meravigliosa lampada da terra ‘Arco’ disegnata da Castiglioni nel lontano ’62, oggetto del desiderio di ogni allievo architetto, come lei.
L’ambiente, che doveva essere stato inizialmente tutto unico, era stato suddiviso in due parti ed infatti, attraverso una porta, si accedeva alla stanza da letto, dove campeggiava un letto moderno, con una bassa testata capitonné in pelle, anch’essa verde, ma stavolta di una tonalità vivace, come di bosco.
Un grande tappeto persiano era disposto sotto il sommier, e donava alla stanza quel minimo di calore che il resto della casa sembrava avesse perduto per sempre.
Non c’erano quadri alle pareti, o foto; solo in cucina una chiazza di colore, ma non era né un quadro, né una fotografia. Viviana si avvicinò spinta dalla curiosità che, da quando fotografava, era diventata quasi esasperante e si accorse che era un calendario scarabocchiato.
Si sentì come prima in auto. Uno strano disagio le permeava il corpo e non le faceva sentire più la lieve sensazione regalatole dal vino.
Mentre era intenta a studiare l’ambiente che la circondava, come un animale quando viene spostato in un luogo nuovo, si sentì cingere dalle spalle, intorno alla vita.
Carlo aveva posato le sue mani grandi proprio sul girovita, e le dita, premendo lievemente su entrambi i fianchi, si allargavano quasi a toccare la parte più prossima dei suoi glutei. Lei si lasciò andare, senza opporre resistenza. Poggiò le spalle al suo petto e adagiò il capo un po’ più sopra fino a sfiorare, con i ricci capelli il suo mento. Erano così vicini da sentire l’uno il respiro dell’altra. Reclinò ancora un po’ il collo, lasciando l’incavo con la spalla libero e pronto per le sue labbra. Sentì avvicinare Carlo: percepì prima la ruvidezza della barba di qualche giorno, poi la dolce carezza del suo naso che indugiava in quel punto gustando il profumo della sua pelle, e infine i suoi piccoli baci.
Viviana, come risvegliata dal torpore dell’abbandono contro quel corpo virile, si voltò e lo guardò, in trepidante attesa. Si baciarono avidamente. Lei cercò di sbottonargli la camicia, ma non riusciva a liberare quei maledetti bottoni dalle asole.
“Li strapperei…” pensò. Ma non poteva risultare così aggressiva; doveva cercare di mantenere una certa forma e rispettabilità, come le aveva inculcato sua madre con anni di prediche assurde sul valore della verginità e del mantenersi illibate fino al matrimonio. Scacciò questo pensiero perbenista, e si rilassò nel sentire il desiderio che cresceva spontaneamente dentro di sé.
Carlo si tolse la camicia e cominciò a spogliare anche lei. Non fece caso al reggiseno di un colore diverso dagli slip, né al fatto che erano privi di qualsiasi forma di pizzo o merletto che conferissero loro una parvenza di biancheria femminile. Lei si sentì per un attimo in imbarazzo, quando vide il viso di lui soffermarsi sui suoi seni grandi e sul ventre morbido che tante volte, nella sua vita, aveva detestato.
Viviana gemeva e sentiva salire un impulso interiore e dirompente che partiva da un punto in basso e giungeva alla bocca dello stomaco, pronto a sfociare in un urlo che, già sapeva, avrebbe soffocato in gola per la vergogna di essersi lasciata andare con tanta passione.
Doveva riuscire ad aspettare il momento giusto. Con tutte le sue forze tratteneva gli istinti primordiali che rendono gli uomini e le donne parte del regno animale. Non c’era più altro tempo: lei gridò e liberò tutta l’energia che teneva racchiusa dentro di lei.
Subito dopo si addormentarono e sarà stato per il pranzo abbondante o il vino copioso, oppure per quell’intenso pomeriggio di sesso, che lei si svegliò che era già pomeriggio inoltrato.
Per non interrompere il sonno di Carlo, si era alzata in assoluto silenzio con l’intento di andare in cucina per prendere un bicchiere d’acqua e soprattutto per preparare del caffè.
Cercò la caffettiera ed il contenitore della miscela. Si guardò intorno e cominciò a rovistare: nel frigo c’erano solo bottiglie di vino e di Prosecco e anche qualche edizione limitata di champagne, nella dispensa snack di tutti i tipi, nel pensile sopra i lavelli qualche piatto e tanti bicchieri.
Non trovando traccia né di moka né di miscela, rimase un po’ interdetta sul da farsi e si ritrovò inconsapevolmente a guardare quello strano calendario. Si accorse con un po’ di attenzione che non erano veri e propri scarabocchi quelli segnati a penna, ma piccoli simboli e lettere o numeri di diverso colore che riempivano molte delle caselle corrispondenti ai giorni già trascorsi.
Continuò a guardarsi intorno fin quando l’occhio le cadde su una piccola rubrica nera posta sul ripiano, chiusa da un elastico nel senso della lunghezza.
Una sorta di sesto senso la spinse a prendere quel libriccino tra le mani, e lo guardò prima di decidersi a schiuderlo. Sentì un movimento di coperte provenire dall’altra stanza, e si bloccò, pronta a lasciare cadere sul tavolo l’oggetto che aveva preso senza permesso. Di nuovo sentì il silenzio del sonno profondo e cominciò ad aprire con cautela, leggendo il primo foglio. Era una rubrica telefonica. Si sedette sul piccolo sgabello, collocato davanti al banco per la colazione, e cominciò a scorrere le pagine: erano nomi, tutti di donne, e accanto ad ognuno di essi era indicato un simbolo o un numero o una lettera.
Non riusciva a credere a quello che la sua mente stava mettendo insieme. Un pensiero dopo l’altro si avvicendavano nella testa e la inducevano con prepotenza a cercare un nome e un simbolo. Li trovò entrambi. Prima alla lettera F, lesse il nome della donna stretta nel cappotto nero con cui Carlo si era presentato alla sua mostra e, accanto a questo, il disegnino di una stella. Poi controllò il calendario e si accorse che molte caselle riportavano quel simbolo; ne cercò una in particolare e la scoprì: era la stessa data del suo vernissage.
Si fece vivo il pensiero malvagio che quel pomeriggio di sesso aveva messo a sopire:
“Hai capito il ragazzo? Brava Viviana! Ti sei concessa ad un ‘uomo vero’, quello da tacca sul bordo del letto! Hai visto che harem si ritrova? Complimenti scelta azzeccatissima! Non potevo aspettarmi di meglio da te! Povera ingenua ragazzina!”
Aveva ragione il suo tarlo malefico: “quelle sono tutte le sue donne” e a questo pensiero si sentì gelare da dentro.
Forse aveva appena fatto l’errore più grande della sua vita.

Francesca Matranga (Palermo 1972). Ingegnere e mamma, per scelta vive da sempre nella sua città natale. La scrittura è arrivata come una sorpresa creativa nella routine lavorativa fatta di concretezza e razionalità. Appassionata del modo di vivere palermitano, semplice e diretto, attraverso le descrizioni dei luoghi e i suoi personaggi, regala al lettore un’immagine magica di Palermo.
Oggi all’esordio con il suo primo libro ‘I giorni dell’amore offeso’

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